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mercoledì 19 ottobre 2011

La vigilia della scadenza...

Le 20:45. Un buon orario per finire di lavorare, direi. Eh sì, pare proprio che io abbia finito. Resta la mega rilettura (numero due) da fare, e poi... wow.
Rientro in casa e mi accolgono i buoni vecchi Foo Fighters: e dopo un'intera giornata passata seduta davanti al computer (solo l'ultima di tante) non mi ci vuole altro per mettermi a saltellare e sgambettare un po'. Eh sì, ho bisogno di sfogarmi un po': ho finito, pare proprio di sì. Wow wow wow.
Che cosa ho finito poi non l'ho detto, come fino ad oggi ho dato solo piccole, stitiche imbeccate: la mia solita, benedetta scaramanza. Ma come sono scaramantica, credo anche nei buoni auspici: e l'aver finito, la bell'aria che c'era tornando a casa, e i buoni vecchi F.F. di cui sopra... mah, che volete, secondo me lo sono. Buoni auspici, dico. Sì, ok, lo so: devo farmi vedere da uno bravo. Ma vabbè, che volete farci?:)
E ora: megarilettura (numero due, o forse tre, e chi le conta più?)!

venerdì 9 settembre 2011

Vacanze part-time

Sono al mare. E questo è bene.
Ma mi sono dovuta portare dietro da lavorare, perché se non non riuscirò a finire tutto in tempo. E questo è male.
Però.
Però.
Però...
...però considerato di quale lavoro si tratta... va bene, va proprio bene così. E dunque mi godo queste mie vacanze part-time.




Altre informazioni... presto, spero. Scaaaramanziaaaa...

E siccome sono sì part-time, ma pur sempre vacanze, mo vi saluto e me ne vo alla spiaggia!


martedì 22 febbraio 2011

Ancora (sempre) con la testa tra le nuvole

Quando mi viene in mente un'idea per uns storia, in prima battuta per me è naturale immaginarmela a vignette; alcune volte, però, mi sembra che quello che ho immaginato potrebbe rendere meglio in forme diverse dal fumetto.
Era stato il caso di Elovun, un raccontino che se non lo conosci o non te lo ricordi, se vai qui lo (ri)trovi: mi era venuta l'idea, avevo provato a immaginarmela... per immagini, appunto, ma non mi sembrava di riuscire a spiegare bene quel che avevo in mente, e così alla fine l'avevo messo giù come semplice raccontino.
Salvo poi ripensarci un bel po' di tempo dopo, e trovare l'"illuminazione" per rappresentarlo usando la mia forma preferita (il fumetto, appunto).
Arieccovi dunque la storia dei bambini che guardano le nuvole. Sarà meglio dell'altra versione? Sarà peggio? Sarà semplicemente diversa? Come sempre, qualsiasi commento sarà interessante e gradito!



(C) Gea Ferraris

martedì 25 maggio 2010

Sei piccole illu

Per illustrare altrettanti racconti di ragazzini dalla quinta elementare alla terza media vincitori di un concorso letterario della mia città.
Le ho dovute fare abbastanza in fretta (e un po' anche si vede, perlomeno in alcune), ma sono comunque contenta di come sono venute in stampa: sia nel libriccino che raccoglie tutti i racconti, sia - soprattutto, anche perché non sapevo sarebbe stato fatto ed è stata una bella sorpresa - sugli attestati rilasciati ai vincitori.
E poi un applauso fa sempre piacere (mi bullo un po'...)!



(C) Gea Ferraris
E poi, siccome si parla di racconti, vado avanti pure col mio...


Era strano che fossi io a prendere in mano la situazione: fra noi, era lei quella ottimista e sicura di sè. Eppure quel posto così strano mi era congeniale... forse proprio perché era così strano. "E se facendolo violassimo qualche regola che non conosciamo? Se per questo ci mandassero via?"mi dice, riuscendo a instillarmi il dubbio. Poteva anche essere. Ma in fondo non eravamo qui per "fare qualcosa"?Volevo tentare.


Così mi alzai in piedi. La mia amica mi guardava, incerta: "E se non troviamo nessuno?". Sorrisi: quindi dopotutto era d'accordo con me. "Beh, almeno magari capiamo qualcosa di questo posto. Ma secondo me qualcuno lo troviamo, vedrai" "E' una parola: è già tanto se mi vedo i piedi, qui dentro..." Già, non sarebbe stato facile. Ma in quel momento, per me, trovare qualcun altro era la cosa più importante del mondo.

mercoledì 28 aprile 2010

Ancora un po' di pazienza...

...la mia, di aspettare che "certe cose" si sblocchino (impegni, impegni, dannatissimi impegni che vengono prima di altri! è_é), e quella del blog, di nuovo con ragnatele di quattro settimane...
E siccome, l'ho già detto, mi dispiace sempre lasciarlo lì per troppo tempo, metto qui qualcosina per ingannare l'attesa...

Ecco quindi degli "indizi" sulla prossima cosa che metterò qui sopra... fonti di ispirazione & suggestioni:

La già citata Alice Burtoniana in uno dei suoi bizzarri abiti


Una statuetta in bronzo di Ertè

Dopodiché, la prima parte della mia storia per il concorso Perfiducia (la prima frase era l'incipit uguale per tutti gli autori):



Non riuscivo a capire a che punto fossi. La mia vita e la mia strada mi avevano portato fin là. Ma il bello stava per cominciare

Ci guardavamo intensamente negli occhi. "E ora che succederà?" mi chiese. "Non è per questo che abbiamo deciso di venire qui?Perché ogni cosa è inaspettata e, probabilmente, casuale?" Amiche da tanti anni, seppure così diverse: lei allegra e solare, io più fatalista, forse cinica, ma non meno sensibile. Tutt'e due desiderose di prendere in mano le nostre vite. In questo strano luogo, tutto, e niente, poteva accadere.

Era un luogo strano: ci avvolgeva una calda penombra, e di questa... stanza? io potevo vedere solo lei, e lei solo me. Ma non faceva paura, era un buio caldo, confortevole; se ne avessimo memoria, probabilmente il grembo materno sarebbe un ricordo simile. La cosa, simbolicamente, aveva anche senso. Aspettavamo. Cosa sarebbe accaduto? Quando? Il perché non ce lo chiedevamo: quella domanda, qui, non aveva senso.

venerdì 30 ottobre 2009

Ancora sui tetti a guardare il mare...

Io tengo tantissimo a "Il mare sul tetto"... forse si era capito, mh?:)
Come ho già detto, però, se sono più che convinta della storia - intesa sia per il "cosa" succede sia per il "come" succede e per quel che vuole significare... i livelli di lettura, insomma - so bene che i disegni ed i colori sono ancora parecchio imperfetti, comunque lontani dall'idea che ho sempre immaginato... tenendo anche conto che ormai da quando avevo iniziato a disegnarlo sono passati - glom! - quasi due anni.

E così, ogni tanto, mi rimetto al lavoro riprendendo scenari e personaggi, sperando di aver raggiunto un'esperienza sufficiente per esserne pienamente soddisfatta (e che lo possano essere anche gli editor, effettivamente...)
Queste che vi mostro sono la seconda versione delle prime tre tavole, che in effetti hanno anche loro ormai un annetto (le volevo mettere qui da un bel po', e poi ci sono stati altri lavori in mezzo...) ma ora mi sembra un buon momento per tornare sul discorso!

(La vecchia tavola uno la si può trovare qui)

(qui la vecchia tavola due)

(e qui la vecchia tavola tre)
(C) Gea Ferraris


Come potete vedere ho cambiato anche qualcosa della sceneggiatura.. fatemi sapere cosa ne pensate, se volete, ogni critica è utile e interessante!


P.S.: c'entra niente, ma in effetti un po' anche sì: su questa pagina di afnews, il mio articolo sul FIBDA 2009!:)

domenica 11 ottobre 2009

Il Mare sul tetto rockeggia e rolleggia...:)

Concedetemi di essere immodesta: io, che "Il mare sul tetto" spaccasse, l'avevo sempre pensato...
Linguaggio ggiovine a parte, è una storia di cui mi sono innamorata e nella quale ho sempre creduto, rendendomi conto, certo, che i disegni potevano e dovevano essere migliorati, ma essendo convinta di ciò che racconta, nel dove e nel cosa.
Adesso date un po' un'occhiata a questo linko, e cercate Italie...

http://www.bdalger.net/participants.html

[me la sto tirando un po', mi sa... ihih]


Insomma, martedì si parte!! E poi vedremo un po' come andrà... di certo, la soddisfazione di essere in "finale" non me la leva nessuno!
Incrociate le dita...:)
(C) Gea Ferraris

sabato 14 febbraio 2009

E anche quest'anno, la Festa degli Innamorati

...detta anche e più calzantemente (si dice "calzantemete"??) la Festa della Perugina: avete già comprato cioccolatini e pupazzetti puccettosi?:)
Ma a parte i miei commentini sarcastici e aciduli, qualcosa in tema ce l'ho: ecco qua la mia risposta alla Sfida Puscia di San Valentino! Mi raccomando, fate un salto sul blog Puscio a vedere i lavori delle altre sorelloske... un sacco di modi di interpretare il romanticismo!


Più che camminare, zampetta, cercando di non fare rumore perché nessuno si possa sentire disturbato dalla sua presenza. Tutta una vita così, a sentirsi in colpa di essere al mondo. Eppure, in fondo, non ha molta importanza, perché la musica mette ali alle sue dita e ora qualcosa di nuovo mette le ali ai suoi piedi, per arrivare più in fretta nel posto dove sta andando. Il primo amore che si senta di vivere, il primo amore corrisposto.

Tira fuori dalla borsa gli spartiti, li sistema sul leggio del grancoda dell’Accademia, si siede.
Quando entra la ballerina non può non restare abbacinato, perché è bella come la sua amata, e come Lei quando si muove sembra galleggiare priva di peso; ma ugualmente non è Lei, perché quella non è la leggiadria di una piuma, ma di un fiocco di neve, bello eppure gelido. Lei lo guarda per un attimo, e sul suo bel volto altero si dipinge la delusione di vedere seduto al pianoforte non quell’altro pianista, unica persona capace di scaldarle il cuore, ma solo quell’omino goffo, insicuro e un po’ curvo su se stesso.

(C) Gea Ferraris
Le prime note rompono il silenzio, e sembrano piccole scintille a punteggiare una coltre di buio. Poi sono stelle, e infine divampa un sole caldo che sembra estate, ma non quella afosa e pesante di un agosto continentale. Una brezza di note scintillanti solleva il fiocco di neve, e lo trasporta con sé, e la neve si scioglie, ridando calore alla piuma che teneva prigioniera. Lui le sorride, ora che è tornata, e non si accorge che in quel momento anche il suo guscio si rompe, così che ora anche Lei lo può finalmente riconoscere, e ricambiare il sorriso di cuore. In questa maniera, da lontano, continuano a parlarsi d’amore, volando con le note, ognuno a modo suo, in una ballata che è dolce e malinconica al tempo stesso. Perché se è la musica ad unirli, è anche ciò che li tiene lontani. Cosa accadrebbe se Lui si alzasse per abbracciarla? Se Lei desiderasse tenerlo per mano mentre lo guarda?
Non ci pensiamo, la musica continua. Inutile pensare a che accadrà quando tornerà il silenzio… fingiamo così, che non tornerà mai.

L’eco dell’ultima nota piano piano si zittisce, e non può essere altrimenti. L’ultimo sguardo si spegne, la piuma torna ghiaccio, il guscio si richiude.


Fino alla prossima sonata.

martedì 3 febbraio 2009

Elovun


(C) Gea Ferraris
Metti un pomeriggio di sole, il primo che sembri primavera, non importa che non lo sia davvero, o che viceversa invece sì. È sufficiente che lo sembri, così si può finalmente lasciare a casa il giubbotto, e sedersi sul prato col naso piantato all’insù non fa più gelare il sedere.
Se poi sei bambino, su quel prato ti ci rotoli fino a impanarti d’erba, (tanto passeranno anni prima che ti possa – o ti debba – interessare cosa siano i programmi della lavatrice). E salti e giochi e ti picchi scherzosamente con gli amici, così quando sei stanco è ancora più bello starsene lì con la schiena a terra e il naso in su, mentre il respiro si calma.

Guarda che cielo che c’è oggi pomeriggio.

Quante cose sono le nuvole? Tutto quello che vuoi, probabilmente, e di certo anche qualcosa d’altro a cui ora non stai pensando, ma che qualcun altro in altri spazi e altri tempi ha pensato sta pensando o penserà.

«Quello è un coniglio, con le orecchie luuuunghe!»
«…aspetta, aspetta, dove?»
«Un pochino lì a destra, proprio sopra il salice, lo vedi? »
«Uh sì, eccolo! È vero, ha proprio le orecchie lunghe! L’hai visto, Tommy?»

Non è che Tommy sia antipatico. Però è tanto tanto timido, l’ha detto anche la maestra: “Dovete aiutare Tommy ad essere vostro amico, perché per lui non è facile”. Così gli altri bambini, un po’ per bontà, un po’ per curiosità verso quel bambino così strano, lo chiamano a giocare con loro. E lui partecipa ai giochi… solo che lo fa sempre a modo suo.

«A me sembra un topo capovolto»

L’avevo detto o no che giocava a modo suo? E al gioco delle nuvole Tommy vedeva oggetti e animali come tutti gli altri bambini… però li vedeva a testa in giù (era rimasto famoso quel dittafono capovolto di fine luglio, un po’ perché era stata la prima volta che avevano giocato insieme a guardare il cielo, un po’ perché nessuno dei bambini aveva idea di che diavolo fosse un dittafono).

Ah, ma stavolta sono preparati. Si scambiano occhiate d’intesa pronti a scambiare anche il punto di vista di Tommy. La logica è cristallina: se Tommy vede tutto capovolto, non potendo capovolgere il cielo sarà più che sufficiente e non molto difficile capovolgere Tommy stesso.
Lo aiutano a reggersi in equilibrio sulla testa, tenendogli le caviglie e le gambe. E sono contenti, perché finalmente anche Tommy vedrà come vedono loro; certo, messo così con le gambe per aria non potrà vedere il “loro” coniglio. Ma potrà vedere nel verso giusto almeno il suo topolino.

«Allora, che dici? Ora vedi il tuo topolino diritto. vero?»

«Ehm, no. Però vedo il vostro coniglio».


lunedì 26 gennaio 2009

Il Meraviglioso Uomo Orologio

C'è' chi questo raccontino lo sta aspettando da qualche giorno... me compresa, visti tutti i ritocchi-cambiamenti-taglia-e-cuci e così via.
Frutto di un "brainstorming" estemporaneo sulla chat di facciabùk, scaturito in realtà da una presa in giro all'amico Beppe:

"Quest'anno esce un film tratto da un fumetto molto figo: "Watchmen". Lo si va a vedere per forza".
"E di cosa parla?"
"Parla... di un uomo orologio. Watch-Man, capito? Lui è un supereroe, e..."


(C) Gea Ferraris
Non è che girare le lancette di un orologio significa manipolare il tempo… per cui anche l’Uomo Orologio vi doveva sottostare, non diversamente da qualsiasi altro essere vivente (e in effetti, non vivente).
Questo non sarebbe stato un problema, per lui, se fosse stato un semplice orologio; ma sfortunatamente era un Uomo Orologio, e la sua assoluta impotenza contro il tempo che passava spesso lo faceva soffrire.
Allo stesso modo, un’altra cosa lo attanagliava. Un problema inesistente per un uomo, ma lui, sfortunatamente, era un Uomo Orologio, e in quanto Uomo Orologio, andava a carica automatica. E se si scaricava, moriva.

Dire che il problema era piccolo, che in fondo gli sarebbe bastata una passeggiata (magari in centro, magari durante i saldi, ché gli spintoni aggiungessero movimento), o una bella corsa, è ragionare in modo semplicistico e superficiale: fatte le debite proporzioni tra un uomo ed un orologio, si capisce bene che i movimenti dell’Uomo Orologio sarebbero dovuti essere ben più ampi ed eclatanti: gesti da supereroe.
Chiaramente, se si parla solo di necessità di movimento eclatante, anche le cattive azioni sarebbero andate ugualmente bene; ma, fortunatamente per l’umanità, l’Uomo Orologio era di indole profondamente buona.
…sfortunatamente per lui, che se avesse scelto la cattiva strada, di certo sarebbe stato più facile caricarsi a dovere tutti i giorni.

Così l’Uomo Orologio divenne ben presto l’eroe della città, poi della nazione, infine del mondo intero. Tutti lo amavano, tutti lo amavano e lui ugualmente sentiva di non potersi legare a nessuno: troppa paura di far pagare l’amore con il pericolo, eterno dilemma dei supereroi.

Finché qualcosa cambiò. Lentamente, in realtà.
Cominciò col riuscire a portare a termine ogni giorno tutti i compiti supereroistici che si era prefissato.
Continuò riuscendo a trovare qualche ora da dedicare a sé stesso.
Andò avanti che le ore per sé stesso erano sempre di più.
Finì che, semplicemente, non c’era più Male da combattere.

L’umanità, indescrivibilmente felice, inneggiava all’eroe che l’aveva salvata, del tutto ignara del fatto che ciò che la riportava alla vita accompagnava lentamente il suo salvatore alla morte.

Cosa poteva fare l’Uomo Orologio? Pensare per una volta unicamente a sé stesso, e diventare quello che aveva sempre combattuto? Il pensiero lo schifò, e provò ad edulcorarlo: si vide nera Penelope, a tessere di notte trame criminose che avrebbe disfatto durante il giorno. Lo fece solo ridacchiare amaramente.

Una nota positiva, però: finalmente avrebbe potuto amare qualcuno, da un animaletto a una persona, prendersene cura ed essere ricambiato da ben più di un’idolatria necessariamente unilaterale e da lontano.
L’Uomo Orologio uscì per strada finalmente per conoscere la gente, non per salvarla; e poi andò al cinema coi suoi nuovi amici, e infine in pizzeria. Alla fine della serata, la sua nuova e bella amica tornò a casa con lui, e passarono insieme le ore migliori della giornata prima di addormentarsi stanchi e felici.
L’Uomo Orologio si prese anche un gatto.


- Momentanea interruzione -

Ehm ehm, scusate. E' necessaria una spiegazione di quanto state per leggere: perché siamo al finale, e il finale è la parte forse più importante di una storia.
Scrivere dell'Uomo Orologio è stato così interessante che di finali gliene ho trovati addirittura... tre.
E sarebbe interessante sentire quale di questi tre vi sconfinfera di più... se vi va, rispondete al sondaggio qui a fianco! O magari ne trovate anche altri, perché no? Viva l'Uomo Orologio!:)

- Fine dell'interruzione –


FINALE ZEN

Ed ogni giorno che trascorreva lo rendeva felice, anche se ogni sera se ne andava a dormire, pur se impercettibilmente, un po’ più stanco di quella precedente. Ma tutto ciò che riusciva a pensare era “Chi l’avrebbe mai detto che la carica sarebbe durata così a lungo?”.

Il giorno in cui gli fece visita uno scienziato, che aveva chissà come scoperto il mistero della sua carica e gli offriva di modificargliela («Con le pile niente più problemi di movimento, dovrà solo ricordarsi di cambiarle una volta all’anno»), l’Uomo Orologio semplicemente rifiutò.
Non voleva una carica eterna, quando alla sua donna, ai suoi amici, anche al suo gatto, un giorno la carica si sarebbe esaurita.
«Ma non so dirle quanto durerà ancora la sua carica, signor Uomo Orologio!» protestò lo scienziato.
Gli rispose con un sorriso:
«E cosa c’è di più normale di questo?»


FINALE AMMICCANTE

I giorni passavano, e lui si sentiva felice. Via le settimane, via i mesi. Nemmeno il più piccolo mancamento.
“Tutto quell’affanno supereroistico, e guarda invece quanta autonomia” si ritrovava a pensare, con un sorriso ironico sul volto.

Come ogni mattina, aprì gli occhi e questi gli si riempirono della visione di Lei, amica e compagna e amante fin da quella sua prima serata da persona normale. S’erano piaciuti da subito, immediatamente andati d’accordo. E la loro intesa era proprio perfetta, sotto ogni punto di vista: c’era amore, e c’era passione, sempre con lo stesso slancio delle prime volte.
Lei si mosse, e anche i suoi occhi si aprirono. Un sorriso, una carezza, un bacio. Lo guardò negli occhi:
«C’è ancora tempo prima di alzarsi…»
Lo accolse tra le sue braccia, e sorrise, furbina.
«Il movimento migliore prima di alzarsi… ogni mattina…»


FINALE IRONICO

La sua vita, ora normale, scorreva felice col suo gatto, i suoi amici, la sua donna.
E tuttavia non poteva essere tranquillo neanche adesso. Nessuna ricompensa per aver sconfitto il Male, perché amare lui continuava ad essere una promessa di sofferenza, con questa spada di Damocle della fine della carica.
Si consolò amaramente dicendosi che la sua vita era ben poca cosa, in confronto al Bene Universale che avvolgeva ora la Terra.

Spesso, si sa, grandi cose cominciano a partire da un fatto piccolo e normale: in questo caso furono cinque o sei cagnetti appena svezzati, in cerca di un padroncino, e due bambini che si trovarono a desiderare lo stesso cucciolo.
“E si azzuffarono!”
No.
Perché sulla Terra regnava il Bene: di conseguenza il primo bambino offrì immediatamente all’altro di prendere il cucciolo.
Solo che anche il secondo bambino fece lo stesso.

Chi si trovò a passare di lì un paio di giorni dopo, li trovò ancora a discutere sorridenti, mentre i loro genitori (e un centinaio di curiosi), tutti gentili e disponibili, affrontavano la situazione da adulti, e non venivano ugualmente a capo di nulla.

Contemporaneamente, nel mondo, centrali di polizia e tribunali brulicavano di criminali di ogni rango, dal ladro di polli al politico in odore di mafia, che dopo essersi autodenunciati insistevano per vedersi comminare la giusta pena, mentre giudici e poliziotti cercavano, senza riuscire, di rimandarli a casa, perché tutti possono sbagliare e hanno diritto ad una seconda possibilità.
Imprenditori, banchieri, sceicchi, calciatori e così via gettavano il proprio denaro dai loro supersuv, mentre i passanti facevano a gara a raccoglierne il più possibile, ma solo per offrirlo a chi si trovava lì vicino, che con le mani altrettanto piene lo rifiutava e cercava di offrire il proprio.
Popoli in lotta per il dominio dello stesso territorio se ne ritiravano contemporaneamente, lasciandolo deserto e disabitato e iniziando a vagare per il mondo.
E non era che l’inizio.

Fu così che l’umanità ebbe di nuovo bisogno dei gesti eclatanti dell’Uomo Orologio: che l’aiutasse, dopo aver liberato dal nero un mondo da sempre conosciuto come grigio, ad abituare gli occhi al bianco abbagliante.
L’Uomo Orologio riprese a risolvere problemi.
E soprattutto, risolse quello della sua carica quotidiana.

lunedì 13 ottobre 2008

Finale... e quiz!

E con ciò si conclude la storia greca... spero vi sia piaciuta!:)
Quanto al "quiz" sui personaggi... molto bene!
Lo sfigatissimo ingegner Luchini è effettivamente un Woody Allen un po' più giovane...
L'"ingegner" Akratophorou è Denny De Vito...
La biondina ricciola della scena a tavola è Nicole Kidman (complimenti Lavi! Non mi sembrava che si riconoscesse!)...
...ma manca ancora un personaggio! Avete presente l'omone barbuto e arrabbiato, il marito di Kore? Beeene, anche il suo viso è prestato da una persona vera... fa un po' paura ma è così!:) un indizio? E' qualcuno molto vicino al mondo dei fumetti... ma non è italiano...

Infine, un paio di curiosità: l'ambientazione greca era d'obbligo prima o poi per una mia storia, perché la amo tantissimo, grazie ai numerosi viaggi laggiù (mio papà penso che presto otterrà tipo la cittadinanza onoraria e/o le chiavi di Atene...)! Ghithio, dove il Luchini arriva col traghetto, esiste davvero, così come, cosa più importante, esiste il tempietto di Poseidone Tenario, ritenuto dagli antichi uno degli ingressi al Regno dell'Oltretomba... e da lì è nata l'idea per tutta questa storia!

mercoledì 8 ottobre 2008

Ci sono ancora neh...

Lo so, è un po' che non posto (argh! io odio la parola post e suoi derivati!) ehm, pubblico più niente... ma ci sono ancora!
Sto disegnando, ma per ora quel che sto facendo ho deciso (decisione puramente irrazionale, per cui inutile chiedermi il perché... è inutile che io stessa me lo chieda) di non renderlo pubblico... poi si vedrà. Sarà che sono in completo periodo "transitorio" (e spero non evolutivo...).
Vabbè, divagazioni a parte mi dispiaceva lasciare la mia Favola Blu ancora zitta zitta... e perciò sono andata a ripescare una storia breve di un anno fa.
Perciò eccovi il primo pezzo! Yeh!


lunedì 15 settembre 2008

Continua il primo movimento...

...giorni un po' così.
Tra impegni, pensieri e progetti vari questa tavola qui che era pronta da un sacco di tempo me la sono proprio dimenticata...
...andiamo avanti con la storia, strana storia sulla danza ma non solo, come si può capire...


venerdì 15 agosto 2008

Preludio

(che bella la mia campagna. Saranno i ricordi di tante estati da bambina. Ogni volta che torno a casa, mi manca un po')

L'ho scritta, quella storia sulla danza. Adesso è qui che preme per essere disegnata, per non essere più qualcosa di soltanto mio.
Io, donna di contraddizioni
, insicura come un funambolo con la labirintite, ma con una voglia pazza di inventare storie e farle conoscere a più persone possibile... mah.


sabato 9 agosto 2008

Il mare sul tetto - ciò che nessuno potrà mai rubare

Sempre sull'onda dei ricordi, si completa la scena alla mansarda della nonna.
L'albergo dal nome stronzo le ha portato via il suo amato mare, ha accecato quella finestra che incorniciava il suo quadro più bello, il quadro più bello perché non era un quadro.
La nonna ha i suoi ricordi, almeno, ma ha anche la nipotina Sara, che ogni giorno la aiuta portandole un pezzettino del suo mare, una Polaroid scattata subito prima di andare da lei.
E così la nonna ha una specie di mosaico, tante piccole immagini reali da sostituire a quella che nella realtà non può più vedere, tante piccoole immagini reali ad unirsi a quella che lei ricorderà per sempre, quella che nessun albergo extralusso potrà mai rubarle.
Eggià! Non l'avevo ancora detto che "Il mare sul tetto" è solo il titolo "generale", immaginnando altre avventure di Sara e compagnia? Il titolo di questa storia è proprio
Se alla nonna rubano il mare.

lunedì 21 luglio 2008

Il mare sul tetto - ricordi e nostalgia

E così, eccomi di ritorno.
...'ccidenti che bel posto! [E che caldo. Prossima vacanza, paesi del nord, o qualcosa di equivalente, io e il Sole torniamo amici durante la stagione fredda. Oppure paesi caldi, che vanno benissimo anche loro, ma non in luglio. No. (Agosto non è stato neanche preso in considerazione)]
Ora si disfa la valigia e ci si rimette al lavoro, che dopo una settimana di vacanza si fa anche più volentieri... molte idee che frullano in testa e hanno voglia di essere espresse in qualcosa di condivisibile. E bei ricordi che si aggiungono agli altri, e che chissà magari entreranno, letteralmente o simbolicamente, in una storia futura...
ricordi: proprio di questo oggi vorrei parlare.

Il tempo scorre, lo dicevano anche gli antichi, e in questo fluire il futuro diventa presente ed il presente diventa passato. E' questo che ci interessa, ora, quando i momenti che viviamo passano a far parte dei nostri ricordi...
Scene, immagini, suoni, anche odori... a volte prendono di sorpresa, tipo quando ci si ritrova ad ascoltare una canzone legata a qualche periodo della nostra vita, e inaspettatamente ritornano tutte le sensazioni di quando quel passato era presente; a me capita anche con gli odori (essendo stata, con tutta certezza, un gatto, in una mia vita precedente - l'ho già detto? mah... ricordi tanti, memoria poca - io uso molto anche il senso dell'olfatto), tanto che succede spesso che avverta un aroma che mi risveglia una sensazione, senza che io riesca ad associarla a qualche avvenimento.
E c'è la nostalgia. E' naturale che le cose passino (beh, spesso trasformandosi in qualcosa d'altro), è naturale che ripensarci le faccia rimpiangere un po'... in senso buono, un sentimento dolceamaro, da rivivere con un sorriso un po' malinconico, ma non triste, perché anche se è passato quel momento è stato vissuto, e come ricordo ci apparterà sempre...

...ma se quello che si aveva non lo si ha più perché qualcuno o qualcosa ce l'ha portato via...?


venerdì 11 luglio 2008

Tempo di vacanze...

Eeeh sì, è quasi ora di prendere il treno... domani a quest'ora io e Ale saremo qui:


... perché nessuno di noi due era mai stato più a sud di Roma, ed era ora di rimediare; così ci si fa un bel giro a Vieste, nel Gargano, sperando nel bel tempo e nella non troppa cagnara...

Torneremo sabato prossimo, per cui è probabile che non tornerò a scrivere qui prima di lunedì 21; cercate di resistere per questa lunga attesa!:)

E visto che non mi farò viva per tuuutti questi giorni, vi saluto con un racconto scritto l'anno scorso, che non c'entra un accidente con il mare, l'estate e le vacanze, ma la cosa non ha in effetti nessuna importanza.
Spero che vi piacerà... e arrivederci al mio ritorno!

Tra Orfeo e Alice


E poi Federico era morto.


E di colpo non c’erano più passeggiate, racconti alla luce della pila perché erano le tre di notte, niente più scherzi o patatine fritte. Non c’erano più le sue barzellette né i suoi pensieri profondi né le sue poesie malinconiche. Di colpo, perché nessuno se lo aspettava.
Correggo: forse gli altri se lo aspettavano, io no, di certo no. È uno strano sospetto, una sensazione, ma a volte ho pensato che la scarsità di particolari che mi erano stati forniti fosse causata da una forma di premura nei miei confronti, come a volermi proteggere da una realtà troppo triste. In fondo io l’avevo appena conosciuto, quel fratello tanto più grande di me che se n’era andato via di casa che io a malapena balbettavo “Ma-ma” e “pa-pa”, e che quindi non potevo ricordare. Una vita avventurosa… ma ora era tornato a casa, e anche per questo mi chiederò sempre se il suo ritorno non fosse collegato in qualche modo alla sua successiva, e subitanea, e definitiva, nuova partenza. A me in fondo questi particolari non interessano… e non penso che si possa domandare il “perché” di un fatto come questo… e soprattutto pretendere una risposta.
Federico non c’era più, e basta. Di lui era rimasto solo il contenitore, il suo corpo di carne ossa e sangue che fin da bambino l’aveva portato a spasso e gli aveva prestato gli occhi, le orecchie, le mani e il cuore. Non sono tristi i contenitori vuoti… forse un pochino, perché in fondo nel nostro mondo concreto è alle cose concrete che attacchiamo i nostri sentimenti, abbiamo bisogno di abbracciare e baciare e guardare… ma Federico non era lì dentro, non più. Si capiva perfettamente, alla prima occhiata.
Questo era il punto: dov’era ora Federico? Non sono cattolica, non credo nel “Paradiso” come ce lo hanno insegnato i preti. Ma all’anima ci credo eccome, e credo che quella non possa morire. Ecco, io avevo Fede nell’Aldilà.
Se esiste un “Regno dei Morti”, di sicuro non è stato dotato di entrate tangibili nel nostro mondo. Oddio, un modo c’è, se vi si vuole entrare, e lo si può fare ovunque e in qualunque momento… il difetto di queste porte è che sono a una sola via, ripensamenti non sono concessi.
Fede, ti avevo appena conosciuto… e mi hai lasciato senza tanti discorsi e domande che ora non ho neanche in mente, ma che ti avrei fatto, nei giorni insieme che non abbiamo potuto trascorrere. Accidenti, ma ti pare il modo di piantare in asso una sorella ritrovata?!
Ho bisogno di vederti ancora una volta, almeno. Voglio assicurarmi che stai bene, se davvero con la morte si ha finito di tribolare…
Se non ci sono nel mondo porte per l’Aldilà da cui sia possibile fare ritorno, esiste però un non-luogo a cavallo fra questi e altri milioni di mondi possibili: è facile da raggiungere e da lì si può sempre fare ritorno… il problema è che questo non-posto sfugge a qualunque regola logica, ha come una vita propria, e se si può decidere di andare a visitarlo non si può decidere quale sua parte visitare. Non puoi stabilire né il dove né il quando, concetti peraltro privi di significato laggiù; non puoi decidere quando arrivare né quando andrai via; non puoi programmare cosa vedrai. Puoi solo stabilire il momento della partenza.


Il mio momento era subito, chiaramente.


Mi stesi sul letto, e chiusi gli occhi, attendendo il sonno… e il sogno. Non so quanti sogni dovrò fare prima di incontrarti, Fede, ma il loro numero non mi spaventerà. Tu se puoi vienimi incontro…
Nel mio primo viaggio incontrai unicorni in riva ad un lago, con nuvole che vi galleggiavano al centro, nel secondo mi trovai in spiaggia con Madonna ad aspettare un’onda gigantesca che non arrivava mai; la terza volta che riaprii e richiusi gli occhi piombai in un mondo astruso dominato dai colori, dove forme e animali senza capo né coda volteggiavano intorno a me, e ogni volta che mi urtavano mi trasformavano in un diverso tipo di frutto esotico. Il quarto sogno fu spaventoso; la quinta volta non sognai affatto. Le volte successive i sogni erano sempre più come avvolti nella nebbia… dopo due giorni di sonno ininterrotto, non riuscii più neanche a chiudere gli occhi. Era ovvio, ma non potevo accettarlo. Insistetti. Niente. Pensai a cose noiose, a cose rilassanti. Misi su un cd new age coi suoni della natura. Mi preparai litri di camomilla. Nulla. Avevo probabilmente esaurito le ore di sonno di tutto il mese.
Poi, l’idea… come non averci pensato prima?
Trovata la soluzione, il sonno non tardò a ritornare, dolce caldo e pesante come un piumone da pieno inverno.



«Non me lo spiego… è sempre stata allegra, piena di vita…»
«Forse la morte improvvisa di suo fratello…»
«No, l’aveva presa bene, con filosofia… e poi lo conosceva appena…»
La guardano dormire, schierati; la mamma col fazzoletto in mano ha appena trovato un attimo di riposo dal pianto. Lei è nel suo letto, ma il letto è in un ospedale, e il suo sonno è tanto profondo che nessuno è riuscito a svegliarla. Coma, lo chiamano. Intossicazione da sonniferi, hanno detto i medici… mentre la frase tremenda “tentato suicidio” aleggia non detta sopra le loro teste.



Per una ricerca importante ci vuole molta applicazione. Non si possono mica fare le cose con leggerezza. Lo so, è stata una scelta un po’ azzardata, ma non potevo aspettare. E poi questo mondo di sogno è bello davvero. Spero che non si preoccupino troppo per me… ma dovrebbero sapere che ho la testa sulle spalle e che non ho certo voglia di non tornare più…!
Questa volta è un posto ancora più strano. Sembra un deserto, ma è tiepido e sbiadito. Dune su dune che si perdono all’orizzonte, ed è tutto ciò che si può vedere. Cammino. Mi volto, guardo a destra, a sinistra, dietro di me… anche in alto e in basso, perché mi sembra di essere sospesa al centro del vuoto, anche se ho i piedi per terra. Nulla nulla nulla.
Un puntino. Piccolo, nero, laggiù in fondo. Diventa un punto, si ingrandisce ancora. Una linea, una sagoma… una persona.
Corro verso quella figura… è come se corressi nell’acqua. Ordino alle gambe di muoversi più in fretta ma loro non obbediscono. Alla fine cado.
Alzo la testa, e la persona è ora vicinissima… non è Fede, accidenti. È uno strano essere con una lunga coda di cavallo e i lineamenti orientali. Non parla, ma alza un braccio ossuto e indica un punto dietro di me. Poi sparisce, mentre mi volto.
Federico.
Federico. Non ci posso credere.
«Allora era proprio vero…»
«Sì, piccola. Mi hai trovato, nell’unico luogo che è concreto e astratto al tempo stesso… l’unico dove possiamo ancora incontrarci.»
«Fede, non sto in me dalla felicità… ho tante cose da dirti, da chiederti… parlavamo tanto, ricordi?»
«…che tu ci creda o no, è stato il mio ultimo pensiero»
Lo abbraccio. Sono felice… e poi grazie al mio sonno forzato, ho tantissimo tempo ancora per stare con mio fratello…! Stringo più forte Federico… ed è come se perdesse consistenza. Lo guardo, e lui mi sorride ancora… quindi era solo un’impressione? No. mio fratello ha la densità di una nuvola, e se muovo le dita lo perdo di più. Nei suoi occhi vedo il cielo, ma non è una metafora per indicarne il colore… lo vedo anche attraverso la sua fronte, e le guance, il naso la bocca il collo. Sta scomparendo come lo Stregatto di Alice nel Paese delle Meraviglie, e il paragone calza proprio a pennello… anche la terra sotto i miei piedi sembra perdere di solidità… prima affondo poi precipito.
E Federico è solo più un paio di scarpe incolori, e ora neanche più quelle.
Proprio adesso dovevo imitare Alice???



Riapro gli occhi, e niente è mai stato tanto difficile.
Sono sdraiata sulla schiena, gambe e braccia distese. Non capisco subito dove mi trovo, ma capisco che non è la mia stanza, dove mi sono addormentata non saprei dire quanto tempo fa. Dove mi hanno portata?
Gli occhi si abituano, ma non vedo niente. Non sono diventata cieca, semplicemente non c’è niente da vedere. Niente ai lati, niente sopra. Niente neanche sotto. Galleggio nel nulla, ma è un nulla che non fa paura… mi sento molto tranquilla… e anche un po’ triste, non so perché. Questo luogo è ancora meno luogo del non-luogo dei sogni.
Sono sola. Forse è per questo che mi sento triste? Poi una mano sulla mia spalla. Mi volto. È Federico! Non l’ho perso… eppure questo fatto, che mi riempie di gioia, acuisce anche la mia tristezza. Mi salgono le lacrime agli occhi, e anche lui sembra provare i miei stessi sentimenti. Mi abbraccia come per proteggermi e per consolarmi.
«Su, sorellina, non piangere… adesso staremo sempre insieme»



Lo guardo, e fra le lacrime gli sorrido: dunque è così che ci si sente: tristi per ciò che non si ha più, felici per ciò che si ha trovato.

venerdì 4 luglio 2008

Il mare sul tetto - il Paesino

Sono giorni pieni di nuove cose... mi sto (ri)abituando a vivere nella mia piccola città, col pensiero che questa volta non ci sarà un ritorno nella gran Milàn ad ottobre... e questo rende la mia vita decisamente meno caotica e più rilassata. La Ele ha appena scritto un bellissimo post su uno dei simboli della grande città, la metropolitana... ed è vero, un viaggio in metro, se si presta un po' di attenzione agli esempi di varia umanità che ci circondano, può diventare qualcosa di davvero interessante, può essere divertente, malinconico, fastidioso...
Io però per carattere amo la città piccola, a misura d'uomo, dove per spostarsi da un luogo all'altro non è necessario prendere i mezzi, ma basta muoversi sulle proprie gambe e nella peggiore delle ipotesi sarà una camminata di un quarto d'ora; la città grande mi piace per una scappata, per vederla con gli occhi dell'"estraneo", di chi non essendo costretto a far fronte alle necessità pratiche di ogni giorno può apprezzarne solo i lati positivi: i grandi spazi, il brulicare di persone, la quantità di belle cose da vedere. Ma a una come me, che fra tutte le stagioni preferisce l'inverno perché è più "intimo", perché il freddo fuori invita a stare in casa, davanti ad un metaforico camino, insieme a chi è davvero vicino al proprio cuore, per vivere non può andare bene che un piccolo centro, raccolto, che si conosce pressoché in ogni angolo.

Di sicuro è anche per questo che "Il mare sul tetto" si ambienta in un paesino, nemmeno una città. A parte l'essere pittoresco, a parte l'ispirarsi ad un paesino che esiste davvero (Cervo Ligure, a due passi da Diano Marina), questo piccole case colorate si possono abbracciare tutte con un solo sguadro, se viste dall'alto... un panorama anch'esso a misura d'uomo, dove di sterminato c'è solo, là in fondo,
il Mare.